Un giorno nell’antica Sepinum

SEPINUM

La striscia nera dell’asfalto ti guida da sola, e ti invoglia anche ad accelerare, se non fosse per le tante macchinette che scattano foto ricordo, a costo salatissimo, che rimpinguano le casse dei comuni limitrofi. Venendo da Benevento, il massiccio del Matese te lo ritrovi sempre sulla sinistra. Una catena montuosa imponente, vera spina dorsale dell’Appennino Centro Meridionale. E come tutte le spine dorsali vanta creste, depressioni, e dischi vertebrali più o meno delineati, più o meno caratterizzati. L’intera catena montuosa, che è Parco Nazionale, è divisa tra quattro province divise, a loro volta, tra due regioni:

Benevento, Caserta, Campobasso e Isernia, suddivise equamente tra Campania e Molise. Quando percorri queste strade ti arriva forte l’odore di foraggio di alta quota. Terre d’altura che dominano un pezzo di mondo variegato, che contiene cime famose, montagne sacre e laghi dalla bellezza estasiante. Ora sto passando davanti a Morcone, il paese arroccato sul fianco del monte che sembra un presepe. Dall’altro lato del promontorio, non visibile da qui, c’è il monte Mutria, montagna già sacra per le popolazioni dei Sanniti, sede di santuari molto frequentati dagli antichi fedeli. Ma soprattutto, la Strada Statale 87 ricalca, per lo più, il percorso di antichi tratturi, attraverso i quali si effettuava la transumanza tra l’Abruzzo e la Puglia, tra i monti dei freschi pascoli estivi e le grandi pianure che davano sicurezza e clima mite in inverno. Se chiudo gli occhi posso sentire il rumore dei passi e dei campanacci di intere mandrie che si spostavano lungo questa stessa direttrice. Posso vedere la fatica dei pastori, la sete dei grandi cani abruzzesi, che incessantemente giravano intorno alle bestie, i piedi feriti dai tanti chilometri percorsi.

Ne è passata di gente da queste parti, e insieme con loro, ne sono passate di bestie. Bestie da carne e da latte, bestie da lana e da formaggi. Ne è passata di gente, sicuramente in numero maggiore di quelli che ancora oggi vivono da queste parti.

La linea che divide la Campania dal Molise è una linea immaginaria, segnata da un cartello stradale e da una brevissima galleria, che passa sotto Sassinoro, ultimo paese del beneventano. Il primo insediamento che si trova, una volta passati in territorio molisano, è quello del bar, ristorante, caseificio Prozzo. Una bella costruzione, massiccia, che contiene in se ogni ben di Dio, ogni prelibatezza sia campana che molisana. Tappa obbligata, lungo il percorso di questa strada, quantomeno per un caffè.

Per arrivare ad Altilia, ossia l’antica Sepinum, la strada da percorrere non è ancora molta, circa 6 km in direzione di Campobasso. Prima, per accedere all’antica città si doveva fare un giro notevole, attraverso delle strade interpoderali, anche piuttosto sconnesse. Oggi, invece, si accede da un ingresso ampio, che dà direttamente sulla statale 87.  Parcheggio la Jeep gialla, mia compagna di viaggio, nello spiazzo in terra battura e mi avvio spedito verso il portale che segna l’ingresso nell’antica città. L’emozione è tanta, perché in questo luogo ci venivo da giovane, con degli amici. In quell’epoca la parte della città tirata fuori dalle tenebre del sottosuolo era piuttosto limitata. A memoria ricordo che ci fosse il teatro e credo una parte del foro o della Basilica. Oggi, invece, varcando la soglia di ingresso della città, mi accorgo subito che le cose sono profondamente cambiate. Trovo un ingresso ben ristrutturato. Le pietre sono tirate a lucido e subito dopo l’ingresso c’è anche una sala biglietteria. Si, hanno stabilito un costo per visitare il sito. Una volta non c’era, ma una volta non c’erano nemmeno i lavori di restauro e di ripristino di intere aree della città. Alla biglietteria ad accogliermi c’è una custode del parco, che mi aiuta a fare il biglietto, che viene emesso da una macchina automatica, che non è propriamente di facile gestione. La stessa custode, subito dopo, mi piazza in mano due brochure con le indicazioni salienti relative all’antica città e mi dice di essere attento, perché ci sono in corso diversi cantieri di restauro di intere parti della città. Mi indica, subito dopo, la direzione in cui si trova il teatro. Mi reco in quella direzione, più per il gusto di ricordare i vecchi tempi, quando da giovincello, venivamo in questo luogo per raccontarci storie di alieni e di astronavi provenienti da altri mondi. Non so per quale motivo, ma questo luogo, a quei tempi, ci ispirava a raccontarci storie particolari, quasi come se la città fosse meta di pellegrinaggio di extra terrestri.

Respiro a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio di inizio primavera. Percorro la stradina fatta di ghiaia bianca e ciuffi d’erba. Tutt’intorno ci sono grandi prati verdi, ricoperti di margherite variopinte. Ad un bivio, prendo la strada di destra, come mi aveva detto la custode, e in poco tempo mi ritrovo al teatro. Si tratta di una costruzione a semicerchio, fatta a gradoni, composti da grossi blocchi di pietra. Il teatro in se è piccolo, credo che servisse solo per spettacoli di tipo teatrale, e non, di certo, per i giochi gladiatori. Tutt’intorno ci sono delle costruzioni in pietra, anch’esse completamente ristrutturate. Mi siedo su uno dei gradoni e mi viene da pensare ai pomeriggi estivi trascorsi lì, a chiacchierare senza alcun senso concreto delle cose.

Mi sollevo, poi, dalle pietre per proseguire il giro. La città è profondamente cambiata. Ci sono molti più reperti da vedere. Ci sono muretti di cinta, e i resti di edifici pubblici. Al centro c’è in bel foro di origine romana, e di fronte si vedono ancora le tante colonne che sostenevano il tetto della Basilica, che è andato oramai perduto. La cosa che mi colpisce, in particolare, sono le due strade principali, il cardo e il decumano, che si intersecano esattamente tra il foro e la Basilica. E’ stata riportata alla luce la pavimentazione originaria, fatta di grossi blocchi di pietra. Si vedono ancora le pietre sollevate che costituivano i passaggi pedonali dell’epoca e a terra, con una cadenza regolare ci sono delle pietre lavorate ad arte, in modo da creare delle vere e proprie feritoie. Erano i tombini dell’epoca, che, tra le altre cose, erano delle vere e proprie opere d’arte. La città originariamente fu fondata dai Pentri, una delle popolazioni sannitiche, e si trovava in un punto strategico lungo il percorso dell’importantissimo tratturo Pescasseroli – Candela. Ciò le permise di fiorire già all’interno della Federazione del Sannio. Solo dopo il 290 a.C., anno in cui i Romani sconfissero definitivamente i Sanniti, la città divenne romana, ed è da quel momento in poi che furono costruiti la maggior parte dei monumenti che oggi vengono tirati fuori dal terreno e ristrutturati. Mi fermo ad osservare la pianta di un’antica casa, lungo la direttrice del cardo. Poco dopo l’ingresso, si vede bene un “impluvium”, ancora ben conservato, dove resto a guardare con stupore il canale di scolo dell’acqua, scolpito nella pietra con una precisione millimetrica. Non posso non pensare a quelle persone che, oltre duemila anni fa, scolpirono quella pietra con tanta cura e precisione, e a tutta la fatica fatta per costruire un’intera città fatta di pietra. Mi accovaccio e con una mano tocco la fredda pietra. Una goccia d’acqua si poggia sul dorso della mia mano. Comincia a piovere ed è tempo di andare.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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