La mia Staryj Arbat bohemienne

Estate 2008, Staryj Arbat, la via più bohemienne di Mosca. Mia figlia era piccolissima, aveva un anno all’incirca, ed io ero molto piu in carne di adesso. Quando ero a Mosca andavo spesso su quella via, una lunga isola pedonale, affollata di artisti di ogni sorta. Ad ogni angolo di strada c’erano pittori in cerca di fortuna, poeti che recitavano i loro ultimi componimenti, e c’erano musicisti ovunque, che suonavano dal vivo gli strumenti piu disparati, e da qualche parte, se eri fortunato trovavi qualche gruppo di persone che ballava la “lezginka”, al ritmo forsennato dei tamburi del Caucaso. Un’atmosfera bellissima, irripetibile, di un periodo storico in cui la Russia era in piena espansione economica e nulla poteva far presagire, nemmeno lontanamente, quello che sarebbe accaduto più di recente. Putin era saldo al potere e l’economia girava in maniera fortissima. In quei periodi, e anche per molti a venire, Mosca era stata la città più cara al mondo, a riprova di una economia che cresceva in fretta e cresceva a due cifre. La Via Staryj Arbat, però, stava li da sempre, o almeno così sembrava, e con la sua aria scanzonata e bohemienne si era conquistata, nei secoli, il nome di via degli artisti. Alcuni importanti artisti erano vissuti in quella stessa via, artisti del calibro di Puskin, Belyi, Skrjabin. La via era affollata anche di caffè e di ristoranti di ogni tipo. Uno dei più importanti era il Ristorante Praga, situato all’inizio del viale, noto per essere stato, in passato, il punto di ritrovo di giganti della letteratura russa e mondiale, come Lev Tolstoj, Anton Čechov e Ivan Bunin. Io mi sbattevo, come potevo, tra un caffè e l’altro. Mangiavo in un ristorante che proponeva cucina Caucasica, con prevalenza di piatti Georgiani. Ho sempre adorato quella cucina, così semplice, speziata, profumata e ricca di sapori, molto diversi dai nostri. Non c’era pasto che non cominciava con il Khachapuri Adjaruli, la focaccia georgiana, fatta a forma di barchetta, con al centro il formaggio fuso e un uovo crudo. Non c’era pranzo che non si chiudeva se non con il rito dei Blinì, accompagnati da una generosa dose di caviale, rosso e nero perlato. Su quella via ci andavo spesso, perchè lì mi sentivo a casa, circondato dalla Russia vera, quella multirazziale, fatta di persone che provenivano da ogni angolo dell’impero. Si multirazziale, perche in Russia convivevano oltre 130 etnie, in un paese grande quanto un continente. E da tutto quel miscuglio di razze, di profumi, di occhi dal taglio diverso, da diverso modo di vestire e anche di camminare, nasceva e si consolidava il mito di una delle vie più importanti della Capitale Russa. Vi lascio con un link dal quale potrete avere almeno un assaggio di che cosa sia la lezginka: https://www.youtube.com/watch?v=K5vLNRCIF0k

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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