La vigna e l’altrove

Ci sono luoghi dai quali si parte e luoghi nei quali si resta. Poi ci sono i paesi del Sud, che sono una cosa a se stante: luoghi dai quali si parte anche quando si rimane, e nei quali si resta anche quando si è partiti da una vita. Questa, forse, è una delle più grandi ferite dei borghi meridionali. Non ci sono soltanto lo spopolamento, le case chiuse, le scuole accorpate, i bar con tre sedie e quattro uomini a presidiarle, di cui uno resta sempre in piedi. La vera ferita è più profonda. Si tratta del dubbio, ossia del tarlo antico che accompagna intere generazioni: andare via o rimanere? Cercare il mare, la città, il lavoro, il futuro altrove, oppure restare dentro alla lentezza della propria terra, dove ogni pietra conosce il nostro nome e dove ogni angolo conserva una voce?

La partenza, per molti, è stata una salvezza. Ha significato studio, lavoro, emancipazione, libertà, e nessuno può negarlo. In tanti sono andati via perché restare avrebbe significato spegnersi pian piano, come una lampadina lasciata accesa dentro a una stanza vuota. Eppure la partenza, soprattutto per chi viene dal Sud, non è mai soltanto uno spostamento, ma uno strappo, uno sradicamento, una piccola amputazione dell’anima.

La restanza, invece, parola bellissima e dolorosa, non è pura e semplice immobilità, non è solo il gesto di chi non ha avuto il coraggio di partire. Restare, in certi luoghi, può essere un atto di resistenza, può avere un significato molto più profondo e umano, può significare custodire, tenere acceso un forno, coltivare una vigna, curare il dialetto, organizzare una festa patronale, restaurare una casa ereditata, spostare una sedia sotto l’ombra. Può avere il significato di dire al mondo: io non me ne vado, non perché non possa permettermelo, ma perché qui c’è ancora qualcosa che merita di essere guardato.

Eppure la questione resta aperta. Sempre. Come una finestra che nessuno osa chiudere.

Nei borghi del Sud la via del mare spesso sembra lontana. Il mare, in questa poesia, non è soltanto il mare vero, ma è inteso come fuga, come promessa, come l’altrove. È tutto ciò che immaginiamo possa salvarci quando il luogo in cui siamo comincia a sembrarci troppo stretto. Ma arriva un momento in cui ripartire diventa impossibile. Non perché manchino le gambe, ma perché il tempo si è depositato addosso come polvere buona. Perché rimettere indietro gli orologi richiederebbe un’infinità. Perché certe partenze, a un certo punto della vita, non sono più geografiche, ma interiori, e allora, può bastare una vigna.

Una vigna davanti agli occh, una sedia trascinata all’ombra, un grappolo maturo, un libro aperto, una donna che viene a sedersi a terra, il desiderio che non esplode, ma resta in sospensione. La vita che non si muove eppure fermenta, così come fa il mosto e come fanno i pensieri che ci visitano quando finalmente smettiamo di correre.

La vigna diventa, così, il contrario della fuga, diventa un approdo, una rivelazione. È il luogo in cui il corpo accetta di stare e, proprio restando, comincia a vedere. Perché forse non sempre bisogna raggiungere il mare. Qualche volta bisogna imparare a riconoscere il mare nascosto dentro le cose ferme, come la foglia larga della vite, l’uva matura, la bocca rossa di una donna, il silenzio caldo di un pomeriggio meridiano.

Questa poesia nasce dentro quel dilemma antico: partire o restare, e, forse, sceglie resta la cosa più difficile: restare senza smettere di desiderare. Restare senza diventare pietra. Restare sapendo che l’altrove esiste, che il mare chiama, che gli orologi non tornano indietro, e tuttavia riconoscere che anche una vigna può essere il proprio destino.

I borghi del Sud, sono lì immobili, che aspettano i testimoni della loro esistenza. Vogliono gente capace di guardare ancora un filare e sentirci dentro una missione. Gente capace di sedersi all’ombra e capire che, a volte, la salvezza non arriva con il rumore dei treni in partenza, ma con il silenzio di chi rimane e aspetta.

La vigna

La via del mare è lontana
e ripartire da qui sarebbe impossibile.
Ci vorrebbe un’infinità di tempo
già solo per rimettere indietro gli orologi,
figurati per incamminarsi verso il mare.

Per fortuna che qui c’è una vigna,
alla cui ombra si sta divinamente,
leggendo un passo da un libro di Gurdjieff,
uno di quelli che incitano alla calma
dentro il moto perpetuo delle cose,
mentre parole come gambe sottili trasportano
corpi imbalsamati dalla salsedine serale.

Per fortuna che ho la vigna di fronte a me.
Trascino una sedia
e mi ci siedo sotto.

I filari di uva matura
mi parlano di afrodisiache visioni.
Il nettare cade lento sulla mia bocca
che, appena aperta,
aspetta di riceverne ancora.

Ma la sua bocca dipinta di rosso
non concede scampo a me,
mentre lei viene a sedersi a terra
accanto alla mia sedia.

Ed io, reso empio
dal nettare del frutto,
non colgo il tempo per sfiorarla,
ma mi lascio ingannare
dalla promessa dell’uva.

Come la rosa davanti al filare
grida al cielo il suo sacrificio,
così il vignaiolo risponde
addossandosene la cura.

Con ostinazione devota,
spalanco gli occhi sul mondo
e attendo dalle sue mani calde
il permesso di osare.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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