
MIRABELLA, I RITI PAQUALI

Sono tornato a Mirabella, e ci sono tornato la Domenica delle Palme, il 29 marzo 2026. Ci sono arrivato percorrendo un pezzo dell’antica Via Appia, la regina viarum, oramai patrimonio dell’umanità UNESCO. Si la Via Appia Antica passava proprio di qua, e con maggior precisione, provenendo da Benevento, attraversava il fiume Calore, grazie al Ponte Appiano, oggi meglio noto come Ponte Rotto, nome che deriva dal fatto che il ponte è parzialmente crollato, in località Morroni, in un territorio che è diviso tra Apice e Bonito, quindi a cavallo tra la provincia di Benevento e quella di Avellino. Le tracce della Via Appia non sono sempre visibili, ma gli studiosi suppongono che seguisse, più o meno, il tracciato che oggi è attraversato dalla Via delle Puglie, che da Piano Pantano sale su, inerpicandosi con dei bellissimi sali e scendi, in direzione del Passo di Mirabella. Le tracce storiche ci dicono che l’antica Aeclanum, la città innalzata dai romani al rango di Colonia Romana, si trovava proprio lungo questa strada, proprio dove oggi insiste il Passo di Mirabella, che è una frazione della più moderna Mirabella Eclano.
Ci sono arrivato con la mia Jeep gialla, provenendo da San Giorgio del Sannio, e la strada l’ho percorsa tutta d’un fiato per arrivare in paese giusto in tempo per vedere le celebrazioni fatte in occasione della festività. Il periodo di Pasqua è un periodo particolarmente sentito in tutta la terra irpina, particolarmente da queste parti. E’ un continuo susseguirsi di riti arcaici, che spesso affondano le loro radici nel paganesimo precristiano, ma che sono stati riabilitati dalla più recente religione cristiana e sono entrati a far parte a pieno titolo delle ritualità che caratterizzano il percorso che porta alla Pasqua.
Arrivato in paese un po’ in ritardo sul programma di marcia che mi ero prefissato, mi fiondo subito nel centro storico. Parcheggio la dove Via della Rinascita si allarga in una curva, formando uno slargo, delimitato da una ringhiera, che si affaccia sulla bella valle sottostante. Percorro con passo frettoloso Vico Santo Spirito, che è in salita, e anche piuttosto ripida, tuffandomi, infine, su via Eclano, la via che in pratica divide in due, di lungo, tutto il centro storico della bella cittadina. Lungo la via è un continuo susseguirsi di palazzi settecenteschi ed ottocenteschi, con facciate imponenti e graziose decorazioni. Arrivo con un po’ di affanno alla maestosa Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore. Il grande portone è aperto, e finalmente riesco ad entrare. La chiesa è gremita fino all’estremo. Non solo sono occupati tutti i posti a sedere, ma molte persone sono in piedi, accalcate nelle retrovie. Entro, facendomi largo con un po’ di fatica. Il freddo, che stranamente, oggi ancora pervade l’aria, che della primavera non ne vuole proprio sapere, costringe tutti a tenere ancora addosso i cappotti invernali. Dai comignoli delle case circostanti si spande l’odore acre e piacevole della legna che arde, che arriva fin dentro la Chiesa. Tutti ascoltano l’omelia con profonda attenzione. Il Prete, che scoprirò poco dopo essere il Vescovo, pronuncia parole di pace e di speranze e sembra la vera star della giornata. Tutti gli occhi sono puntati su di lui, almeno fino al momento della Comunione, quando un’infinità di persone, cioè quasi tutti i partecipanti alla messa, si accalcano in coda nel corridoio centrale della Chiesa, per ricevere l’Eucarestia. Questo momento, in genere breve e sbrigativo, si prolunga per molto tempo, mentre dalla parte dell’altare si diffonde una musica sublime di un organo e si innalzano canti di voci che sembrano divine. La mia curiosità si infittisce. L’organo ha un suono bellissimo, e le voci sono così perfette che mi viene da pensare che siano registrate. Poi la mia attenzione viene attratta dal soffitto della Chiesa, interamente ricoperto di pannelli in legno, finemente dipinti, in modo da formare un unico, immenso affresco, che ricopre tutta l’unica grande navata. Resto estasiato, sospeso tra i canti, che non avevo mai ascoltato di così belli, e il fascino dell’arte pittorea, che dal soffitto sembra ricadermi addosso.

Finalmente il lungo tempo dedicato alla Comunione si esaurisce e in poco tempo il Vescovo termina la messa, rispedendoci tutti a casa. Io però resto sull’uscio. Osservo i volti finalmente sereni dei fedeli, e osservo in modo in cui interagiscono fra di loro, con sorrisi, lunghe strette di mano, baci e tante chiacchiere. La Chiesa si è d’improvviso trasformata in un enorme atrio riempito dal brusio di centinaia di persone. Resto molto colpito dalla partecipazione di così tante persone al rito della messa e della benedizione delle palme, che dalle nostre parti, non sono null’altro che rametti di ulivo benedetti in Chiesa. Sfollate un bel po’ di persone, però, la mia curiosità continua ad essere tanta, alimentata dal suono bellissimo dell’organo che continua ad intonare melodie che riempiono l’aria. Mi avvicino all’altare e scopro sulla parte destra un organo a canne bellissimo, con decorazioni in oro, ed una ragazza, mingherlina, dai capelli neri tagliati alle spalle, che con ispirazione ascetica continua a suonare, ignorando tutto ciò che le accade intorno. Ai lati in alto dell’organo, prima che dalle belle decorazioni ne fuoriuscissero le canne, che lo caratterizzano, muove dei grossi bottoni, spingendoli verso l’interno o tirandoli a se, facendo cambiare di continuo il suono dell’organo stesso. Le mani corrono sicure su due tastiere, messe su piani diversi, mentre i piedi suonano delle leve giganti, che ricordavano i tasti di un pianoforte. Sullo stesso sgabello, accanto a lei, è seduto un ragazzo, che ascolta la musica in religioso silenzio, e con il capo chinato, come se fosse in raccoglimento. Solo allora, soddisfatta ogni mia curiosità, esco dalla Chiesa, non prima di aver ricevuto una spiegazione dal Parroco sul perché viene chiamata anche come la Chiesa del Sacro Latte. Scopro così che all’interno della chiesa è custodita una statua d’argento della Madonna, che al suo interno ha una reliquia, portata fino a qui da Betlemme ai tempi delle Crociate. Si tratta di una polverina bianca, che, da sempre è stata identificata come polvere di latte disidratato della Madonna. Questa storia mi fa capire ancora meglio quanto antica sia la storia di questa chiesa e quanta storia sia effettivamente passata da queste parti.


Esco rigenerato nella bella piazzetta antistante, e mi accorgo presto che ad ogni balcone delle case, non solo prospicienti la piazza, ma anche di quelle che corrono lungo il dedalo di vie, ci sono appese delle bambole, intrecciate con dei simboli precisi: il peperoncino, diverse teste d’aglio intrecciate, e in basso un qualcosa che sembra una patata dalla quale spunta una piuma. Camminando per le stradine limitrofe, mi accorgo che ogni balcone, ogni portone, porta appeso questo intreccio di cose, quasi fosse un amuleto. Finalmente incontro un giovane, il quale mi spiega che si tratta di un’antica tradizione di Mirabella, che prevede che questi oggetti scaramantici restino appesi per tutto il periodo della Quaresima e che le piume appese nella parte basse sono tante quante le settimane che dividono la fine del carnevale con la Pasqua. La tradizione vuole, inoltre, che si tolga una piuma per ogni settimana trascorsa, togliendo l’ultima nel giorno di Pasqua. Questo spiega esattamente perché ognuno di questi pendagli abbia una sola ed unica piuma, che spunta verso il basso. Intanto si è fatta l’ora del pranzo. Sono le 13.30. Il brusio delle strade si è azzittito completamente, i comignoli cacciano più fumo, segno che le attività umane si sono spostate all’interno delle case graziose di questi vicoli medievali. Oggi è la Domenica delle Palme e prende inizio, in ogni singola casa, il grande e antico rito del pranzo della domenica di festa, in attesa della grande festività che si celebrerà tra una settimana, il giorno di Pasqua.
Io sono soddisfatto della mattina trascorsa e vado via, cercando riparo dal freddo, alzando il bavero del cappotto, non senza aver preso un caffè macchiato bollente al bel Bar dell’angolo.

