Franco Battiato ed i Dervishi rotanti ad Istanbul

Correva il mese di Aprile del 2014 e ancora una volta Battiato entrò con prepotenza nella mia vita. Ero ad Istanbul per un progetto europeo sulle disabilità. Dopo 4 giorni di lavoro ad Izmit sul mar di Marmara, ci trasferimmo ad Istanbul per una due giorni di immersione nella vita cittadina. Dopo una lunga giornata, trascorsa tra Aghia Sophia, la Moschea Blu ed il Suq, mangiammo baklava come se non esistesse un domani, ed arrivò la sera. I miei colleghi decisero di continuare la serata, mangiando in un ristorante sul Bosforo. Ma io avevo ben altri programmi per la mente, più che una semplice cena in compagnia.
Dopo intere giornate passate ad ascoltare e a cantare “Voglio vederti Danzare” di Franco Battiato , il verso relativo ai Dervishi Rotanti mi rimbombava nel cervello. Potevo non approfittare della mia presenza ad Istanbul per andare a salutarli, a parlarci, ad abbriacciarli? Così, sfanculati i miei colleghi, mi recai spedito dal portiere dell’hotel e gli spiegai, seppur con un inglese claudicante, della mia passione. Ci pensò per un attimo, poi, con voce ferma, mi comunicò: sei fortunato, oggi è giovedì ed è il giorno in cui si riunisce una confraternita Sufi dove ci sono i Dervishi. Chiamò immediatamente la confraternita al telefono, si accertò che gli stranieri fossero ammessi, e mi prenotò un taxy, che arrivò di lì a 10 minuti, dandogli indicazioni precise sul dove portarmi. Il tassista parlava solo in turco ed era complicatissimo approcciarsi a lui. Presto lasciò le strade principali cominciando a spingersi nei vicoletti della città antica, pavimentati a basoli e illuminati da lampioni a luce gialla. Era la città più antica, quella romana. Arrivò fin dove poteva, poi si fermò. La macchina non poteva procedere oltre, i vicoli erano eccessivamente stretti. Mi fece scendere, pagai e mi indicò con la mano di andare, dapprima, dritto e poi di svoltare a destra. Erano le 20.30 di un giovedì di aprile. Era già notte fonda, nei vicoli non c’era anima viva e tutte le case erano chiuse. Mi incamminai, così da solo, nella direzione che mi aveva indicato, sperando di aver capito bene. Fortunatamente dopo 5 minuti di cammino tirai un sospiro di sollievo, quando in fondo ad una strada, vidi un’insegna accesa con una parola che assomigliava vagamente a quella di confraternita. Bussai alla porta e mi aprí una donna, gentilissima. Mi prese con cura il giubbotto e lo appese all’appendiabiti, mi fece togliere le scarpe e le ripose in una enorme scarpiera a muro piena fino all’inverosimile di altre scarpe. Poi, scalzo mi fece entrare in una grande sala con una grande rotonda di legno al centro e due spazi laterali, uno a destra ed uno a sinistra, allestiti con delle sedie. Seduti sulle sedie di sinistra vi erano solo uomini, e in quelle opposte, a destra, vi erano solo donne. La signora che mi aveva accompagnato mi disse in inglese che era proibito fare fotografie e si congedò. In 10 minuti fecero ingresso sulla rotonda circa 10 uomini, vestiti con mantelli scuri, che ben presto tolsero mostrando gli abiti tipici dei Dervishi, bianchi, con la parte bassa formata da una gonna scampanata che avrebbe dato vita a quella tipica figura dei Dervishi rotanti, quando avrebbero iniziato a girare. Un uomo più anziano li toccò sulla fronte, uno per uno, dando inizio alla parte mistica. Recitando delle preghiere i 10 uomini si diedero a volteggiare al centro della rotonda, prendendo presto la tipica posizione dei dervishi rotanti in preghiera. Si perché in sostanza, quello è il loro modo di pregare. Sono asceti della religione musulmana, accaniti sostenitori della pace e per questo, spesso, non ben visti dai musulmani radicali. Nel mentre che si svolgeva lo spettacolo, ci portano delle vivande: prima dei contenitori con una sorta di pasta, che sembrava cotta al forno, e poi una bevanda a base di kefir, veramente buona. Finiti tutti i volteggiamenti, dopo circa 45 minuti, prese la parola un uomo anziano, ben vestito, che, seduto al centro della rotonda, che cominciò una predica. Non so cosa dicesse in turco, ma una cosa la so per certa e cioè che tutti i presenti all’unisono iniziarono a piangere, in un pianto a dirotto, che non trovava consolazione. Finita la predica, tutti i presenti si misero in fila davanti a quest’uomo ed iniziò un baciamano intenso, anzi qualcuno gli si buttò ai piedi, baciandoglieli. Per non mancare di rispetto a questa persona, mi misi anche io in coda e gli baciai la mano. Finito tutto quello che c’era da fare, verso mezzanotte uscimmo all’esterno del centro culturale. Solo, spaesato, senza sapere la lingua e senza sapere dove mi trovavo, feci una decina di passi verso la fine del vicolo, quando dalla strada di dietro sbucò una macchina, grande, una di quelle a 7 posti, e dentro si sbracciavano 4 persone, che poi riconobbi essere presenti nella sala. Di fatto si offrirono di accompagnarmi in hotel e con un’ospitalitá come poche mi offrirono da bere, e poi gomme da masticare e quant’altro fino a quando non mi lasciarono davanti all’ingresso dell’hotel.
Anche in quella giornata fui grato a Franco Battiato che aveva influenzato l’andamento della mia giornata e della mia esistenza.
Ps: le foto che qui posto sono un dono, perché sono riuscito a scattarle di nascosto in un centro culturale Sufi di Istanbul, dove scattare foto era severamente vietato.

Dervishi

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